Ormai siamo tarati e quindi finché non battono le nove non ci azzardiamo a partire. A colazione il Pillan, consapevole della necessità di avere a disposizione zuccheri facilmente assimilabili in previsione della volata finale, raddoppia la brioche. Il Nacci, fino a qui pedulato, sfodera i suoi mitici sandali da pellegrinaggio spinto. Usciamo da S. Giorgio di Livenza prendendo l’argine del canale Brian. Svolta a destra su via S. Giorgio percorrendo la prima tranche di una ipotetica via lunghissima che ci porterà fin sulle rive del Piave. Facciamo a fette porzioni di campagna desolata e desolante fino alla provinciale che attraversiamo solo per continuare sul nostro rettilineo. Alla fine di via Valle Salici sostiamo nei pressi di una chiesetta dedicata a S. Francesco d’Assisi. Un furgone della Bofrost riesce a raggiungere anche queste lande. La strada è sbarrata dai cancelli di una grossa azienda agricola che produce noci, per cui tocca aggirarla. Seguiamo il Canale della Biscia, così nominato per il suo percorso tortuoso, che di certo non abbrevia il cammino. Il ritmo che ci accompagna è quello delle racchette del Timbalero Pillan che pestano il selciato, maciniamo i sassi sotto le suole all’unisono, marciamo compatti ma ciascuno immerso nel proprio cammino. Dopo la Biscia sbattiamo contro un vecchietto in bicicletta al quale chiediamo conforto in merito alla strada da prendere. Ci dice “andè zo de là, girè de là e po’ driti fin al bar”. Solo che el “driti fin al bar” significa Via Tre Cai, una linea retta nel nulla. Intimoriti ci accasciamo nell’unica radura ombreggiata e progettiamo una pausa di 10 minuti. Diventeranno 50. E’ il momento delle risate epilettiche, al solo ricordo dei personaggi incontrati nel cammino. Ci alziamo, passiamo un festone natalizio e, teste basse, ingraniamo la marcia. Dopo circa 3 o 4 km incrociamo la strada provinciale, alla sinistra un’azienda ortofrutticola con bar annesso si rivela un’oasi alla quale non possiamo sottrarci. Un ottimo succo di mele fatto in casa ci ristora. Sappiamo che manca poco a Cortellazzo, alle porte di Jesolo, dove ci aspetterà l’autobus per Punta Sabbioni e di lì il traghetto per Venezia. D’altronde fare 30 km di condomini rivieraschi, facendo slalom tra le macchine tedesche strapiene di asciugamani, birre e costumi da bagno, non ci convince; anche Renato Rossetti ci ha consigliato di saltarli. Siamo dunque nell’oasi, consci che tutto sta per finire. Quando ci rialziamo, nonostante le ginocchia gonfie e le vesciche, ci posizioniamo ad un ritmo di marcia di 7 km/h. Sono gli ultimi 4 o 5 km, dovremo arrivare a Ponte di Barche sul Piave e da lì bruciare l’ultimo tratto per Cortellazzo. Ormai le strategie non servono più. I tre pellegrini inscenano un rush finale da maratona, si scrutano, si studiano, ci si dà il cambio a tirare il gruppo. Pillan cerca l’allungo ma Nacci reagisce e lo passa, mentre Sandron resta nelle retrovie; Pillan inizia la saga del colpi bassi: afferra lo zaino del Nacci con la racchetta e cerca di trascinarlo a terra, Nacci resiste; al bivio, Sandron, in netta difficoltà, chiama i compagni a voce alta: ‘ma non dobbiamo andare a sinistra?’, i compagni si fermano, Sandron così si ricompatta al gruppo, ovviamente è un colpo basso, un vile sotterfugio, non bisognava girare… si riparte quindi, tutto da capo, tutti e tre allineati, si supera il ponte in quest’ordine: Nacci, Pillan, Sandron; a 300 metri dal cartello ‘Cortellazzo’, in barba al regolamento internazionale del pellegrinaggio che vieta categoricamente la corsa, Sandron scatta e si porta in prima linea; a ruota Pillan, i cui polpacci devastati si ricordano per un istante di essere state le leve di un quattrocentometrista in un lontano passato; Nacci dietro, a passo sostenuto ma senza correre; Sandron sfida il Pillan, il Pillan risponde, mette la quinta e allunga, andando a vincere (rischiano un embolo e stramazzando al suolo, di fronte al cartello all’ingresso del paese). Finisce così. Fiatone, batticuore, qualche risata, poi alla Chiesa di San Giuseppe Lavoratore a farsi timbrare la credenziale, l’autobus, il traghetto e, prima che il sole tramonti, sbarchiamo a San Marco.
E’ da questo momento che lo status di pellegrino viene sostituito da quello di turista (o come dicono in Spagna “turigrino”), e le continue proposte di cene e bevute a buon prezzo provenienti da camerieri stranieri appena fuori dai locali, non ha il sapore della gentilezza e generosità di Alvia, o di Gianni, o di molti che abbiamo incontrato. Consci di ciò, cerchiamo l’entrata della Basilica, dove apporremo l’ultimo timbro sulle nostre credenziali. Chiediamo ad un tizio in giacca e cravatta fuori da una porta della chiesa, sventolando il “Lasciapassare” e quello o il nostro stato pietoso e la claudicanza lo convincono che siamo pellegrini. Ci fa entrare e ci scorta in sagrestia, un gioiello dal soffito dorato millecinquecentesco, per stanze e anfratti proibiti alle visite turistiche. Qui ci raggiunge un diacono doppiopettato che, nonostante la gentilezza, non sembra particolarmente interessato alla nostra storia. Ci facciamo consigliare un posto dove mangiare, andiamo a dargli un’occhio e decidiamo di prenotare per le 21.30. Raggiungiamo la partenza del vaporetto per la Giudecca, dove sorge l’ostello che ci accoglierà. Lì, in tempi straordinariamente brevi se paragonati al solito, ci sistemiamo, ci docciamo, ci prepariamo alla serata alla quale non seguirà, l’indomani, nessun cammino, e questo ci dà forza e ci mette sete.
Conta delle pene: Sandron porta a casa una fronte squamata, un principio di tendinite alla gamba sinistra, polpacci indolenziti, fitte ai deltoidi, macchie sparse sulla pelle, un calletto, zero vesciche; Pillan: cinque vesciche (che si sono geneticamente modificate nel cammino), una tendinite accompagnata da rigonfiamento sospetto del ginocchio destro, dolori lancinanti all’attaccatura del femore, arrossamento inguinale; Nacci: sei vesciche, due dita del piede sinistro incollate, polpacci e femorali indolenziti, avambracci ustionati…
Torniamo a San Marco e raggiungiamo il Barbanera, osteria in cui mangiamo pesce a menù fisso, 15 euro per una pasta e un fritto, onesto tutto sommato se pensiamo a dove siamo. Furio offre una bottiglia di bianco, per festeggiare quella che ormai è ricordata come la “Vittoria di Cortellazzo”. Verso le 22:30 ci fanno capire che è il caso di sloggiare, e mentre Furio e Luigi cominciano una accesa discussione sul confronto Capitalismo-Comunismo, Giacomo ne approfitta per guidarli a caso per calli e callette, alla ricerca di Campo Santa Margherita. Dopo due o tre dietro front e non meno di 30 minuti a piedi finalmente ci arriviamo, un paio di locali ancora aperti e giovani seduti sugli scalini dei ponti. Ci facciamo scroccare cicche da ragazze freak. La discussione tra Furio e Luigi continua, innaffiata da un paio di birre mentre Giacomo preferisce vodka-tonic e un piccolo isolamento per descrivere la tappa di ieri. La stanchezza ci stordisce, Luigi ad un certo punto si accascia dietro un’edicola (stavolta non votiva) e si abbandona ad apocalissi ideologiche. Lo recuperano i compari dopo una mezz’ora, trovandolo per caso intenti ad una minzione. Ciondoliamo svogliati verso il meritato riposo, ci mangiamo una polpetta che ci impasta la bocca e rischiamo il soffocamento. Dopo un paio di giri arriviamo all’Accademia e lì aspettiamo il vaporetto per tornare a San Marco. Percorrere il Canal Grande alle 2 di notte è impagabile, la lentezza dettata dall’acqua ci offre la prospettiva giusta per godere di Venezia, evitando il quotidiano intasamento. Arriviamo all’ostello. Ultima cicca, poi muoriamo sugli scomodi letti a castello. Ci addormentiamo ebbri. Del viaggio ormai resta solo il racconto.
ps: presto le considerazioni finali sul pellegrinaggio e i ringraziamenti…