Partenza un po’ lunga, visto che sono quasi 9. Raggiungiamo il parroco in extremis per farci timbrare le credenziali e ripassiamo a prendere gli zaini. Amorevolmente ci salutiamo con Gianni e Rita e loro figlio Bruno e la Gran Nonna e si riparte. Il sole scalda già bene le ossa e noi imbocchiamo la strada regionale che ci porta fuori Spilimbergo. Saltiamo un raccordo tagliando per uno sterratino cosparso di rifiuti metallici, attraversiamo la provinciale che porta verso Casarsa e ci ritroviamo tra i campi. Campi di sassi sono, non c’è quasi traccia di terra. Sono campi di sassi, che sicuramente coltivano da queste parti per poi trasportarli sulle rive del Tagliamento. Sicuro. Paesaggio lunare. Piattume e sole e sassi e strada diritta. Costeggiamo una serie di serre desolanti da quanto deserte sono. Odore di mele che stanno marcendo, ce n’è un bel mucchio accumulato ai bordi di un fosso. Entriamo e usciamo dalla provinciale. Cisternoni per essicare cereali. Grossi macchinari dalle braccia snodabili che piegano il ferro. L’alternativa è fra proseguire per un bel pezzo attraverso i campi di sassi e poi guadare il torrente Cosa, oppure ancora un pò dentro un pò fuori la provinciale fino a passare il torrente dal ponte. Optiamo per la seconda, e così grossi camion che ci puntano, all’improvviso rallentano, allargano la loro traiettoria naturale, si dedicano per un istante alla guida anglosassone quando il traffico lo rende possibile. Sul ponte ci rendiamo conto di aver fatto la scelta giusta. Guardando di sotto, infatti, ci si rivela il Cosa in piena, quasi straripante nell’interezza del suo letto. Guadarlo sarebbe stato senz’altro improbabile. Tagliamo subito dopo sulla sinistra, per via Magredi, e ci si apre un borghetto di fattorie fatte e finite come una fattoria deve essere. Si continua aggirando e costeggiando vigneti, fino ad entrare a Cosa, frazione di San Giorgio della Rinchinvelda, dove ci attende un agognato bar. Qui veniamo messi al corrente della vittoria della Sampdoria ai danni della Roma, risultato che sembra condizionare ormai definitivamente l’esito del campionato. Scopriamo che anche il Portogruaro ha superato nettamente il Potenza, proseguendo così la sua corsa a due con il Verona al vertice della classifica del girone B della Prima Divisione, e puntando a vele spiegate verso la Cadetteria. Il bar di Cosa è uno di quei bar con fuori appesa l’insegna della Fanta con su scritto “Ordinate Fanta”, che avrà minimo minimo quarant’anni. Il bar comunica direttamente con un alimentari in cui ci facciamo preparare dei panini al prosciutto e formaggio, belli e buoni come quelli che le mamme preparano ai loro figli belli. La sosta a Cosa dura un’oretta, dopodichè ecco le istruzioni per proseguire. Salutare e ringraziare calorosamente le bariste, imboccare la via a destra, proseguire poi per via S. Antonio. Passare davanti a una casa con cinque pony che nitriscono e azzannano il fieno fieramente. Incrociare alcuni braccianti che consumano la pausa pranzo all’ombra degli alberi, salutare anche loro e raccontare brevemente cosa stiamo facendo e dove stiamo andando. Appena passata la vecchia ferrovia dismessa che collegava Casarsa e Pinzano, a circa 1 km dal bar, accorgersi di aver sbagliato strada. Consultare le cartine, indi ritornare sui propri passi. Ripassare davanti ai braccianti in pausa pranzo facendo dei sorrisi tirati e buttandola sul ridere con delle battute dozzinali, ripassare i pony che nel frattempo si sono moltiplicati. Imboccare a testa bassa un’altra via, anch’essa sbagliata, discutere con un tipo rumeno sul percorso da prendere, trovare infine la strada giusta. Neanche a farlo apposta la strada comincia asfaltata e poi smette di esserlo. Diventa però un bellissimo tratturo, molto godibile e completamente all’ombra. Si torna sull’asfalto, un paio di deviazioni e ci ritroviamo in campagna aperta. Piatta piattissima. La strada lunga e diritta. Il sole batte. Il letame rende l’aria vivace. Furio e Gigi fanno collezione di vesciche, hanno dei piedi che sono un florilegio di bolle piene di liquido. Giacomo ha i piedi sanissimi ma in compenso un colorito che farebbe morire d’invidia diverse aragoste e un paio di fasci di tendini che urlano. Sempre avanti costeggiamo canaline e vigne, strade ghiaiose e mucchi di case sparse. Seguiamo le indicazioni di una ragazza che ci dice di andare a correre spesso da quelle parti, anche se a guardarla bene ci viene qualche dubbio che lo faccia veramente. Arriviamo a S. Martino al Tagliamento. Giardini che vengono tagliati, una signora attacca bottone cordialmente e ci offre un sacco di acqua fresca. Eternamente grati proseguiamo verso la provinciale che ci porterà a Valvasone. Uno di quei termometri digitali di fronte a un supermercato segna 35°, Furio ha smesso di parlare da un po’. Lungo la provinciale contiamo un pipistrello morto, una scarpa da trekking senza piede, una bandiera del Milan molto sbiadita, in verità decisamente anacronistica di questi tempi. Entriamo in Valvasone ed ogni passo verso il centro è sempre più leggero. Pausa logistica in Piazza Castello davanti a una signora birra. Non sappiamo bene come proseguire. S. Vito non è dietro l’angolo ma impegnandosi si può raggiungere (2 ore e mezza circa, parrebbe). Ci si potrebbe fermare a Casarsa o direttamente a Valvasone, ma vorrebbe dire ripensare ogni tappa. Il tempo passa e non riusciamo a deciderci. Meditiamo di abbandonare Furio in un vicolo buio del centro storico, lasciandolo con una Luger con un colpo solo. Che scelga lui come usarlo. Alla fine una direzione è presa: quale sarà? A breve la soluzione dell’enigma…
Con la giornata che c’era oggi, intrappolata in Trenitalia, vi ho pensati e mi avete fatto proprio un sacco d’invidia. Bello che raccontate la vostra avventura e anche divertente immaginare Giacomo con la faccia rossa per il sole..buon cammino!