Lì i tre compañeros si riposano per un’oretta, poi si dubita sulla via da inforcare. Giacomo insiste per allungare verso ovest e aggirare Portogruaro passando per Summaga, qualche km in più ma suggestiva e campestre. Furio e Gigi agognano già l’arrivo a Concordia, le gambe mormorano, i piedi urlano. Non ce la farebbero mai. Decidono di tirar dritto per Giai e da lì a Porto. Ma ciò vuol dire traffico e asfalto.
(Variante Nacci-Pillan)
Le antiche strade dei briganti medievali sono state sostituite dalle statali trafficate, dove la distanza tra vita e morte è facile da misurare. Mezzo metro. Non ci vuole meno coraggio dunque e i due si avviano zoppicando sotto il sole come millepiedi con le vesciche su ogni zampa. Testa bassa, silenzio interrotto dalle imprecazioni, e da quei sorrisi e battute di circostanza tipiche delle sequenze da film drammatico poco prima della sciagura. Giai alla fine giunge e con esso la pausa veloce: toast, birra, caffè. Poi si riparte dopo un’ora circa, sbagliando subito strada e finendo ad attraversare un campo di patate. Si ritorna indietro, si passa il cavalcavia, si gira a sinistra per via Manin e si va diritti verso Viale Pordenone, una sorta di Cassia affollata di tir turchi da 20 tonnellate. Il sole picchia, i gas di scarico pure. Si sta a sinistra, aderenti al guard rail, ancora testa bassa e pedalare. Alla fine si arriva a Portogruaro, pista ciclabile e Piazza Repubblica, dove dobbiamo riunirci a Giacomo. Un barbone tedesco ci irride. Beviamo una birra e attendiamo il terzo compagno di viaggio. Sarà stato divorato da un cinghiale? Ci chiediamo dopo mezz’ora. E non facciamo a tempo a rispondere che Jack arriva.
(Variante Sandron)
Esco dal centro di Sesto al Reghena e mi infilo nei Prati Burovich. Attraverso il primo, al secondo ponticello svolta a sinistra ed è un tuffo nell’ombra sana del mezzo bosco. Una signora a passeggio con cane mi conferma la via verso Mure. Uscito dalle frasche imbocco l’argine che segue il Reghena e sempre dritto fino alla A28. Ai piedi dell’argine il sentiero è terra secca, costeggia pioppeti cresciuti da mani umane, con le piante tutte così alla stessa distanza precisa l’una dall’altra, tutte così che si assomigliano, tutte così inquietanti. Di fronte all’autostrada strada bianca che porta ai margini di Mure, di fronte a una chiesetta caruccia ma chiusa e senza indicazioni. Sbirciando all’interno si scoprono affreschi luminosi. Passo sotto l’autostrada, entro in Provincia di Venezia e imbocco sulla sinistra di nuovo l’argine del Reghena che continua dritto come uno schioppo fino a La Sega. Lungo il sentiero scorgo in lontananza una figura da soldatino meccanico che avvicinandosi si rivela essere una bambolona dai labbri gonfi che neanche risponde al mio saluto, impegnata com’è a pensarsi il culo sodo come mai sarà. Sbucano due ciclisti in mountain bike con caschetto ben allacciato, mani strette sul manubrio, mascelle serrate. Penso a degli impiegati appena usciti dall’ufficio che stemperano del nervoso balzando da un solco all’altro del terreno. Giunti a La Sega lesto lesto svolto a destra e dopo un centinaio di metri a sinistra lungo via Reghena. Proseguo dritto sempre dritto, scorgo in lontananza la strada che diventa bianca, non ho voglia di proseguirci attraverso sotto il sole, mi fermo a dissetarmi. Devo dare una svolta ma di tornare indietro neanche a pensarci. Sulla sinistra c’è un tratturo con cartello di proprietà privata, in fondo si raggiunge di nuovo l’argine, più lontano si riconosce la sagoma in controluce del campanile di Summaga. Il dado è tratto. Imbocco il sentiero sapendo che non tornerò sui miei passi. L’argine è prevedibilmente impraticabile causa erbacce eccessivamente folte. Proseguo lungo il bordo dei campi, ai piedi del terrapieno. i solchi dei trattori hanno tracciato una pur flebile via. Ogni tanto salgono sull’argine dei passaggi con l’erba tagliata di fresco. Salgo e scopro una spiaggetta lungo il fiume che tra resti di fuoco e bottiglie testimonia di una festa recente. Sono lì che mi godo la riva del fiume e delle frasche si agitano rumorose. Da quanto si agitano capisco che dev’essere uno grosso. Nell’ombra scorgo un profilo da capriolo e mi compiaccio con lui per i luoghi in cui ha scelto di trascorrere la sua esistenza. Contemplo il fiume e sto per rimettermi in cammino quando all’agitarsi più blando di frasche basse si fa luce un pelo dorato con una larga macchia sulla schiena. Non sembra proprio un capriolo. Faccio appena in tempo a realizzare questo che una saetta parte puntando il braccio sinistro, quello in cui impugno il bastone. Rotolo a terra trascinato dal peso dello zaino. Una fitta di denti attraversa il polso e non molla, ringhiando stringe. Sono una tartaruga rovesciata ma comincio a sferrare pugni al muso che sta a dieci centimetri dal mio naso con tutta la forza che riesco a dare. Tutto ciò non sembra sortire alcun effetto. La fitta affonda sempre più. Riesco ad infliggere una ginocchiata al costato del corpo del muso che molla la presa per un attimo. Finalmente ce la faccio a liberarmi dallo zaino, balzo in piedi e sferro un collo pieno dritto al muso che guaisce, ringhia ancora un attimo verso me e poi sparisce da dove era venuto. Raccolgo lo zaino e in piena pella d’oca mi catapulto giù per l’argine, risalgo il successivo, a balzi passo un ponticello in cemento e poi giù a rotta di collo, raggiungo una strada sassosa e la percorro fino alla prima casa che trovo. C’è un’Audi parcheggiata in cortile con un finestrino sfondato e una t-shirt appesa dall’interno a fare da palliativo. Respiro. Respiro piegato sulle gambe quello che mi serve per continuare. Proseguo e sbuco di nuovo sull’asfalto. E’ via delle Abbazzie e seguendola mi inoltro sotto il sole verso l’abitato. Attraverso la Provinciale e imbocco il centro di Summaga arso vivo. Ho estremo bisogno di zuccheri che si materializzeranno entro breve sotto forma di un Fior di Fragola bello fresco, seguito a ruota da un Magnum Gold. Dopo circa quaranta minuti sono di nuovo in strada, seguo via Montecassino per la bassa, fino al sottopasso dopo il quale la strada si interrompe. Sono ora ai bordi della ferrovia che collega Trieste e Venezia. Supero il primo binario, un pò mi arrampico per passare il secondo, e poi sono dall’altra parte. Qualche passo lungo i binari e mi getto su un nuovo argine sulla destra. Da qua è tutto tranquillo. Seguo le anse del fiume avvicinandomi sempre di più a Portogruaro. Le erbacce alte mi frustano i polpacci ma sento odore di casa. Continuo imperterrito fino al bivio con via Zambaldi. Ci scendo dentro puntando verso il centro. Imbocco la Stretta a passi lunghi e ben distesi. In prossimità della piazza mi vengono incontro le note di un flauto che rendo il cammino più dolce. Svolto l’angolo e sbatto addosso ai mie compari.
(I tre pellegrini si riuniscono)
Poi per Concordia è tutta una ciclabile lungo il Lemene, mezz’ora e siamo arrivati all’Oratorio di Santo Stefano dove ci accoglie Don Ivano, un giovane cappellano simpatico e alla mano. Ci mostra le nostre iperlussuose camere. Godiamo alla sola vista. Sono camere, ci spiega Don Ivano, fatte fare appositamente per i pellegrini. Ecco un prete lungimirante!
ma è anche una storia a bivi!
bella la variante sandron, con tanto di aggressione ferina