Feeds:
Articoli
Commenti

Venezia again

Sì, è vero, questo blog non è stato aggiornato per un anno. Perdonateci. Anche perché migliaia di persone – a leggere i dati statistici – sono passate di qui. A tutti diciamo grazie. Speriamo in futuro di poter dare maggiori informazioni sul percorso. Sappiate, intanto, che anche quest’anno si va a Venezia. Stavolta due di noi partono da Trieste. Ancora una volta ci aspettano i campi, i canali, gli infiniti argini della bassa friulana e del Veneto orientale… si parte il 24 aprile e (forse) si arriva il 30.
Se volete saperne di più, ecco il blog in cui proveremo a raccontare l’avventura:

http://triesteveneziapiedi.wordpress.com/

Suerte y ultreya a todos!

Annunci
Ormai siamo tarati e quindi finché non battono le nove non ci azzardiamo a partire. A colazione il Pillan, consapevole della necessità di avere a disposizione zuccheri facilmente assimilabili in previsione della volata finale, raddoppia la brioche. Il Nacci, fino a qui pedulato, sfodera i suoi mitici sandali da pellegrinaggio spinto. Usciamo da S. Giorgio di Livenza prendendo l’argine del canale Brian. Svolta a destra su via S. Giorgio percorrendo la prima tranche di una ipotetica via lunghissima che ci porterà fin sulle rive del Piave. Facciamo a fette porzioni di campagna desolata e desolante fino alla provinciale che attraversiamo solo per continuare sul nostro rettilineo. Alla fine di via Valle Salici sostiamo nei pressi di una chiesetta dedicata a S. Francesco d’Assisi. Un furgone della Bofrost riesce a raggiungere anche queste lande. La strada è sbarrata dai cancelli di una grossa azienda agricola che produce noci, per cui tocca aggirarla. Seguiamo il Canale della Biscia, così nominato per il suo percorso tortuoso, che di certo non abbrevia il cammino. Il ritmo che ci accompagna è quello delle racchette del Timbalero Pillan che pestano il selciato, maciniamo i sassi sotto le suole all’unisono, marciamo compatti ma ciascuno immerso nel proprio cammino. Dopo la Biscia sbattiamo contro un vecchietto in bicicletta al quale chiediamo conforto in merito alla strada da prendere. Ci dice “andè zo de là, girè de là e po’ driti fin al bar”. Solo che el “driti fin al bar” significa Via Tre Cai, una linea retta nel nulla. Intimoriti ci accasciamo nell’unica radura ombreggiata e progettiamo una pausa di 10 minuti. Diventeranno 50. E’ il momento delle risate epilettiche, al solo ricordo dei personaggi incontrati nel cammino. Ci alziamo, passiamo un festone natalizio e, teste basse, ingraniamo la marcia. Dopo circa 3 o 4 km incrociamo la strada provinciale, alla sinistra un’azienda ortofrutticola con bar annesso si rivela un’oasi alla quale non possiamo sottrarci. Un ottimo succo di mele fatto in casa ci ristora. Sappiamo che manca poco a Cortellazzo, alle porte di Jesolo, dove ci aspetterà l’autobus per Punta Sabbioni e di lì il traghetto per Venezia. D’altronde fare 30 km di condomini rivieraschi, facendo slalom tra le macchine tedesche strapiene di asciugamani, birre e costumi da bagno, non ci convince; anche Renato Rossetti ci ha consigliato di saltarli. Siamo dunque nell’oasi, consci che tutto sta per finire. Quando ci rialziamo, nonostante le ginocchia gonfie e le vesciche, ci posizioniamo ad un ritmo di marcia di 7 km/h. Sono gli ultimi 4 o 5 km, dovremo arrivare a Ponte di Barche sul Piave e da lì bruciare l’ultimo tratto per Cortellazzo. Ormai le strategie non servono più. I tre pellegrini inscenano un rush finale da maratona, si scrutano, si studiano, ci si dà il cambio a tirare il gruppo. Pillan cerca l’allungo ma Nacci reagisce e lo passa, mentre Sandron resta nelle retrovie; Pillan inizia la saga del colpi bassi: afferra lo zaino del Nacci con la racchetta e cerca di trascinarlo a terra, Nacci resiste; al bivio, Sandron, in netta difficoltà, chiama i compagni a voce alta: ‘ma non dobbiamo andare a sinistra?’, i compagni si fermano, Sandron così si ricompatta al gruppo, ovviamente è un colpo basso, un vile sotterfugio, non bisognava girare… si riparte quindi, tutto da capo, tutti e tre allineati, si supera il ponte in quest’ordine: Nacci, Pillan, Sandron; a 300 metri dal cartello ‘Cortellazzo’, in barba al regolamento internazionale del pellegrinaggio che vieta categoricamente la corsa, Sandron scatta e si porta in prima linea; a ruota Pillan, i cui polpacci devastati si ricordano per un istante di essere state le leve di un quattrocentometrista in un lontano passato; Nacci dietro, a passo sostenuto ma senza correre; Sandron sfida il Pillan, il Pillan risponde, mette la quinta e allunga, andando a vincere (rischiano un embolo e stramazzando al suolo, di fronte al cartello all’ingresso del paese). Finisce così. Fiatone, batticuore, qualche risata, poi alla Chiesa di San Giuseppe Lavoratore a farsi timbrare la credenziale, l’autobus, il traghetto e, prima che il sole tramonti, sbarchiamo a San Marco.
E’ da questo momento che lo status di pellegrino viene sostituito da quello di turista (o come dicono in Spagna “turigrino”), e le continue proposte di cene e bevute a buon prezzo provenienti da camerieri stranieri appena fuori dai locali, non ha il sapore della gentilezza e generosità di Alvia, o di Gianni, o di molti che abbiamo incontrato. Consci di ciò, cerchiamo l’entrata della Basilica, dove apporremo l’ultimo timbro sulle nostre credenziali. Chiediamo ad un tizio in giacca e cravatta fuori da una porta della chiesa, sventolando il “Lasciapassare” e quello o il nostro stato pietoso e la claudicanza lo convincono che siamo pellegrini. Ci fa entrare e ci scorta in sagrestia, un gioiello dal soffito dorato millecinquecentesco, per stanze e anfratti proibiti alle visite turistiche. Qui ci raggiunge un diacono doppiopettato che, nonostante la gentilezza, non sembra particolarmente interessato alla nostra storia. Ci facciamo consigliare un posto dove mangiare, andiamo a dargli un’occhio e decidiamo di prenotare per le 21.30. Raggiungiamo la partenza del vaporetto per la Giudecca, dove sorge l’ostello che ci accoglierà. Lì, in tempi straordinariamente brevi se paragonati al solito, ci sistemiamo, ci docciamo, ci prepariamo alla serata alla quale non seguirà, l’indomani, nessun cammino, e questo ci dà forza e ci mette sete.
Conta delle pene: Sandron porta a casa una fronte squamata, un principio di tendinite alla gamba sinistra, polpacci indolenziti, fitte ai deltoidi, macchie sparse sulla pelle, un calletto, zero vesciche; Pillan: cinque vesciche (che si sono geneticamente modificate nel cammino), una tendinite accompagnata da rigonfiamento sospetto del ginocchio destro, dolori lancinanti all’attaccatura del femore, arrossamento inguinale; Nacci: sei vesciche, due dita del piede sinistro incollate, polpacci e femorali indolenziti, avambracci ustionati…
 Torniamo a San Marco e raggiungiamo il Barbanera, osteria in cui mangiamo pesce a menù fisso, 15 euro per una pasta e un fritto, onesto tutto sommato se pensiamo a dove siamo. Furio offre una bottiglia di bianco, per festeggiare quella che ormai è ricordata come la “Vittoria di Cortellazzo”. Verso le 22:30 ci fanno capire che è il caso di sloggiare, e mentre Furio e Luigi cominciano una accesa discussione sul confronto Capitalismo-Comunismo, Giacomo ne approfitta per guidarli a caso per calli e callette, alla ricerca di Campo Santa Margherita. Dopo due o tre dietro front e non meno di 30 minuti a piedi finalmente ci arriviamo, un paio di locali ancora aperti e giovani seduti sugli scalini dei ponti. Ci facciamo scroccare cicche da ragazze freak. La discussione tra Furio e Luigi continua, innaffiata da un paio di birre mentre Giacomo preferisce vodka-tonic e un piccolo isolamento per descrivere la tappa di ieri. La stanchezza ci stordisce, Luigi ad un certo punto si accascia dietro un’edicola (stavolta non votiva) e si abbandona ad apocalissi ideologiche. Lo recuperano i compari dopo una mezz’ora, trovandolo per caso intenti ad una minzione. Ciondoliamo svogliati verso il meritato riposo, ci mangiamo una polpetta che ci impasta la bocca e rischiamo il soffocamento. Dopo un paio di giri arriviamo all’Accademia e lì aspettiamo il vaporetto per tornare a San Marco. Percorrere il Canal Grande alle 2 di notte è impagabile, la lentezza dettata dall’acqua ci offre la prospettiva giusta per godere di Venezia, evitando il quotidiano intasamento. Arriviamo all’ostello. Ultima cicca, poi muoriamo sugli scomodi letti a castello. Ci addormentiamo ebbri. Del viaggio ormai resta solo il racconto.
ps: presto le considerazioni finali sul pellegrinaggio e i ringraziamenti…

 

Godiamo degli alloggi spettacolari dell’oratorio e ci svegliamo di buon umore, alle 6:30. Alle 7:30 siamo di fronte al bar gestito da cinesi (che si trova a 100 metri dall’oratorio) che, la sera prima, avevano promesso di aprire a quell’ora. Ma anche i cinesi si sono ormai adattati al costume italico: il bar è ancora chiuso. Così andiamo in centro a Concordia, dove troviamo un bar aperto di fronte alla Cattedrale. Cornetti, cappuccino e una chiacchierata “pellegrina” con Renato, l’amico che ci ha proposto di fare questo pellegrinaggio e che abita non lontano da qui. Ci si saluta e si parte, si va a riprendere la Via Spareda. E’ una strada laterale, poco trafficata, che passa di fronte alle ville del Veneto profondo. Pare che qui nessuno lavori: sono tutti impegnati a tagliare l’erba all’inglese, a innaffiare gerani e tulipani, a richiamare i cani che vorrebbero pasteggiare con i nostri fegati. E’ gente cordiale, che al nostro passaggio alza la testa e ci ricambia il saluto. Tiriamo dritto e abbandoniamo la zona semiabitata per entrare in un paesaggio da Far-West. Siamo stranamente tonici, Furio è in coda e non verbalizza, ma Luigi e Giacomo già sanno che prima di sbattere contro la Livenza, Furio risorgerà dalle sue ceneri vescicose. Si costeggia il Canale Loncon, si passano un paio di chiuse e si svolta a destra per imboccare la mistico-iridescente Via Torba, ovvero un rettilineo di ghiaia e sassi che spacca in due la campagna, dando a chi la percorre a piedi la sensazione di essere nel deserto. E’ una pura libidine per le facoltà psichiche terziarie, quelle che presiedono alla formazione delle visioni apocalittiche. Luigi marcia di gran lena, entra in trance e vede un gatto lievitare trasformandosi in uno sconosciuto animale presitorico; Giacomo e Furio, dietro, l’uno accanto all’altro, verbalizzano sporadicamente, anche loro rapiti dalle sinuose appetibili voluttuose forme di Fata Morgana. Dopo avere goduto oltre ogni previsione e avere spurgato ildovuto, la Via Torba finisce. Sul ponticello Furio e Giacomo svuotano le loro copiose vesciche. All’orizzonte si staglia l’oasi: si tratta della Trattoria “La Contarina”, sulla Provinciale che da S. Stino va a Caorle, rifugio nel quale i tre pellegrini trovano ristoro (una piccola pausa di un’ora e mezza). Si svolta subito a destra su una strada sterrata privata che va verso Sant’Alò. Dopo circa 3 km appare un miraggio collettivo: prato ombroso a ridosso dell’argine grande della Livenza, a servizio dell’osteria “Gassa”, dalla quale come un canto delle sirene si diffonde un prelibato profumo di pesce. Giacomo e Furio non ci mettono molto a convincere Gigi a rinunciare a raggiungere San Giorgio nel primo pomeriggio, la tentazione è troppo forte. Gran magnata di seppie, contorni vari, un litro di frizzantino, caffè, ammazza caffè il tutto per la modica cifra di 27 euri. Ci sono ancora posti così da queste parti. La magnata si fa però sentire, e i tre si accasciano sul prato per la pennica dovuta mandando a remengo tutti i programmi della giornata. Dopo una pausa della bellezza di oltre 3 ore, ci si convince a ripartire, in fondo abbiamo appuntamento con Don angelo a San Giorgio alle 17:30 e manca solo 1 ora e 20 per percorrere quelli che a detta della padrona del ristorante sono 5 o 6 km. Dopo un’ora di cammino a buon ritmo, però, la meta non si vede e temiamo che la strada sia in realtà più lunga. Acceleriamo il passo, sfiorando i 7 km /h per una buona mezz’ora, le anse del Livenza sembrano contorcersi sotto i piedi come le spire di una anaconda d’asfalto infinita. Giacomo arranca col suo ritmo, Luigi e Furio volano a mezz’aria, sembrano invasati. Il battere delle racchette sull’asfalto è costante e ravvicinato. Nemmeno due cani liberi riescono a rallentarli. Dopo oltre un’ora e mezza giungiamo con breve ritardo alla meta, dopo aver percorso almeno 9 km. Don Angelo ci accoglie con gentilezza, ci sistemiamo in una saletta senza letti. Doccia. Poi Inter vs Barcellona. Luigi gode come un riccio per il meritato passaggio in finale, Furio beve e non si fa domande, Giacomo riceve cattive notizie; alla fine si va a dormire sul pavimento senza tanti salamelecchi.

 

 

Cominciamo con il solito contrattempo. L’effetto eco della sala marmorea sul pavimento della quale ci siamo rigirati come sariandole per tutta la notte ci ha costretti a munirci di tappi per le orecchie per evitare il frastuono delle ugole rilassate. Dunque nessuno ha sentito la sveglia (anche perchè nessuno l’aveva puntata, eh). La partenza programmata per le ore 7 viene ritardata di un’ora e mezza abbondante. All’uscita incrociamo il don che sorride: gli avevamo detto che saremmo partiti ben prima. In centro facciamo colazione fantasticando sui tragitti odierni, e scainando già ad ogni movimento dei piedi. Quelli di Furio e Gigi sono delle pedociere di vesciche, il cammino sarà durissimo.
Passiamo l’ospedale, tiriamo dritti verso sud, fino a Savorgnano. Lì passiamo la chiesa sulla sinistra, curvone a sinistra e poi destra per l’imbocco delle temibili Melmose. 5 km di strada bianca affiancata da un piccolo canale sulla sinistra e pioppeti sulla destra che si alternano a distese di fiori gialli. Gigi canta per distrarre i suoi centri nervosi che sovrintendono alla percezione del dolore. Giacomo stranamente in forma. Furio arranca collezionando improperi di ogni risma. I paesaggi sono veramente gradevoli, incrociamo poche macchine e un paio di trattori. Ci scappa anche un delirio di intervista a Giacomo registrato con la videocamera. La comitiva si sfilaccia, ricongiungendosi ogni tanto per le poche e brevi pause. Finalmente spunta all’orizzonte il campanile dell’ Abbazia di santa Maria in Silvis, faro, per i naviganti terrestri, a testimoniare la vicinanza di Sesto al Reghena. Ma le distese di campagna non sono dissimili da quelle marine, e ciò che sembrava vicino, diventa man mano più grande ma ad una velocità troppo bassa per darci coraggio. All’arrivo a Sesto, Furio crolla sul primo prato nel cortile dell’ Abbazia e lì, tolte scarpe e calze, si abbandona allo sconforto.

 

Lì i tre compañeros si riposano per un’oretta, poi si dubita sulla via da inforcare. Giacomo insiste per allungare verso ovest e aggirare Portogruaro passando per Summaga, qualche km in più ma suggestiva e campestre. Furio e Gigi agognano già l’arrivo a Concordia, le gambe mormorano, i piedi urlano. Non ce la farebbero mai. Decidono di tirar dritto per Giai e da lì a Porto. Ma ciò vuol dire traffico e asfalto.

(Variante Nacci-Pillan)
Le antiche strade dei briganti medievali sono state sostituite dalle statali trafficate, dove la distanza tra vita e morte è facile da misurare. Mezzo metro. Non ci vuole meno coraggio dunque e i due si avviano zoppicando sotto il sole come millepiedi con le vesciche su ogni zampa. Testa bassa, silenzio interrotto dalle imprecazioni, e da quei sorrisi e battute di circostanza tipiche delle sequenze da film drammatico poco prima della sciagura. Giai alla fine giunge e con esso la pausa veloce: toast, birra, caffè. Poi si riparte dopo un’ora circa, sbagliando subito strada e finendo ad attraversare un campo di patate. Si ritorna indietro, si passa il cavalcavia, si gira a sinistra per via Manin e si va diritti verso Viale Pordenone, una sorta di Cassia affollata di tir turchi da 20 tonnellate. Il sole picchia, i gas di scarico pure. Si sta a sinistra, aderenti al guard rail, ancora testa bassa e pedalare. Alla fine si arriva a Portogruaro, pista ciclabile e Piazza Repubblica, dove dobbiamo riunirci a Giacomo. Un barbone tedesco ci irride. Beviamo una birra e attendiamo il terzo compagno di viaggio. Sarà stato divorato da un cinghiale? Ci chiediamo dopo mezz’ora. E non facciamo a tempo a rispondere che Jack arriva.

(Variante Sandron)
Esco dal centro di Sesto al Reghena e mi infilo nei Prati Burovich. Attraverso il primo, al secondo ponticello svolta a sinistra ed è un tuffo nell’ombra sana del mezzo bosco. Una signora a passeggio con cane mi conferma la via verso Mure. Uscito dalle frasche imbocco l’argine che segue il Reghena e sempre dritto fino alla A28. Ai piedi dell’argine il sentiero è terra secca, costeggia pioppeti cresciuti da mani umane, con le piante tutte così alla stessa distanza precisa l’una dall’altra, tutte così che si assomigliano, tutte così inquietanti. Di fronte all’autostrada strada bianca che porta ai margini di Mure, di fronte a una chiesetta caruccia ma chiusa e senza indicazioni. Sbirciando all’interno si scoprono affreschi luminosi. Passo sotto l’autostrada, entro in Provincia di Venezia e imbocco sulla sinistra di nuovo l’argine del Reghena che continua dritto come uno schioppo fino a La Sega. Lungo il sentiero scorgo in lontananza una figura da soldatino meccanico che avvicinandosi si rivela essere una bambolona dai labbri gonfi che neanche risponde al mio saluto, impegnata com’è a pensarsi il culo sodo come mai sarà. Sbucano due ciclisti in mountain bike con caschetto ben allacciato, mani strette sul manubrio, mascelle serrate. Penso a degli impiegati appena usciti dall’ufficio che stemperano del nervoso balzando da un solco all’altro del terreno. Giunti a La Sega lesto lesto svolto a destra e dopo un centinaio di metri a sinistra lungo via Reghena. Proseguo dritto sempre dritto, scorgo in lontananza la strada che diventa bianca, non ho voglia di proseguirci attraverso sotto il sole, mi fermo a dissetarmi. Devo dare una svolta ma di tornare indietro neanche a pensarci. Sulla sinistra c’è un tratturo con cartello di proprietà privata, in fondo si raggiunge di nuovo l’argine, più lontano si riconosce la sagoma in controluce del campanile di Summaga. Il dado è tratto. Imbocco il sentiero sapendo che non tornerò sui miei passi. L’argine è prevedibilmente impraticabile causa erbacce eccessivamente folte. Proseguo lungo il bordo dei campi, ai piedi del terrapieno. i solchi dei trattori hanno tracciato una pur flebile via. Ogni tanto salgono sull’argine dei passaggi con l’erba tagliata di fresco. Salgo e scopro una spiaggetta lungo il fiume che tra resti di fuoco e bottiglie testimonia di una festa recente. Sono lì che mi godo la riva del fiume e delle frasche si agitano rumorose. Da quanto si agitano capisco che dev’essere uno grosso. Nell’ombra scorgo un profilo da capriolo e mi compiaccio con lui per i luoghi in cui ha scelto di trascorrere la sua esistenza. Contemplo il fiume e sto per rimettermi in cammino quando all’agitarsi più blando di frasche basse si fa luce un pelo dorato con una larga macchia sulla schiena. Non sembra proprio un capriolo. Faccio appena in tempo a realizzare questo che una saetta parte puntando il braccio sinistro, quello in cui impugno il bastone. Rotolo a terra trascinato dal peso dello zaino. Una fitta di denti attraversa il polso e non molla, ringhiando stringe. Sono una tartaruga rovesciata ma comincio a sferrare pugni al muso che sta a dieci centimetri dal mio naso con tutta la forza che riesco a dare. Tutto ciò non sembra sortire alcun effetto. La fitta affonda sempre più. Riesco ad infliggere una ginocchiata al costato del corpo del muso che molla la presa per un attimo. Finalmente ce la faccio a liberarmi dallo zaino, balzo in piedi e sferro un collo pieno dritto al muso che guaisce, ringhia ancora un attimo verso me e poi sparisce da dove era venuto. Raccolgo lo zaino e in piena pella d’oca mi catapulto giù per l’argine, risalgo il successivo, a balzi passo un ponticello in cemento e poi giù a rotta di collo, raggiungo una strada sassosa e la percorro fino alla prima casa che trovo. C’è un’Audi parcheggiata in cortile con un finestrino sfondato e una t-shirt appesa dall’interno a fare da palliativo. Respiro. Respiro piegato sulle gambe quello che mi serve per continuare. Proseguo e sbuco di nuovo sull’asfalto. E’ via delle Abbazzie e seguendola mi inoltro sotto il sole verso l’abitato. Attraverso la Provinciale e imbocco il centro di Summaga arso vivo. Ho estremo bisogno di zuccheri che si materializzeranno entro breve sotto forma di un Fior di Fragola bello fresco, seguito a ruota da un Magnum Gold. Dopo circa quaranta minuti sono di nuovo in strada, seguo via Montecassino per la bassa, fino al sottopasso dopo il quale la strada si interrompe. Sono ora ai bordi della ferrovia che collega Trieste e Venezia. Supero il primo binario, un pò mi arrampico per passare il secondo, e poi sono dall’altra parte. Qualche passo lungo i binari e mi getto su un nuovo argine sulla destra. Da qua è tutto tranquillo. Seguo le anse del fiume avvicinandomi sempre di più a Portogruaro. Le erbacce alte mi frustano i polpacci ma sento odore di casa. Continuo imperterrito fino al bivio con via Zambaldi. Ci scendo dentro puntando verso il centro. Imbocco la Stretta a passi lunghi e ben distesi. In prossimità della piazza mi vengono incontro le note di un flauto che rendo il cammino più dolce. Svolto l’angolo e sbatto addosso ai mie compari.

(I tre pellegrini si riuniscono)
Poi per Concordia è tutta una ciclabile lungo il Lemene, mezz’ora e siamo arrivati all’Oratorio di Santo Stefano dove ci accoglie Don Ivano, un giovane cappellano simpatico e alla mano. Ci mostra le nostre iperlussuose camere. Godiamo alla sola vista. Sono camere, ci spiega Don Ivano, fatte fare appositamente per i pellegrini. Ecco un prete lungimirante!

Alla fine una direzione è presa: partenza da Valvasone alle 17:06 (orario invernale). Dopo neanche mezz’ora siamo davanti alla stazione di S.Vito e ci incamminiamo verso il centro di questa ridente cittadina del pordenonese.

San Vito si sta come sugli alberi le foglie. Quelle primaverili però, belle leggere e fragranti. Nella piazza centrale il sole scende blando e taglia i palazzi. Madri e padri scorazzano pupetti, le vecchiette mangiano il gelato ai tavolini, ragazzini giocano la semifinale di ritorno di Champions League sul sagrato del duomo. Seduti su degli scalini osserviamo e ci riposiamo, la sigaretta brucia piano, la mente sgombra, siamo seduti e basta. Don Flavio ci accoglie al Patronato che è un signor Patronato, come ogni Patronato dovrebbe essere, per intenderci. Ci si lascia sciogliere dall’acqua calda, ci si cura la carne e si esce a cenare. Stasera una bella bistecca non ce la leva nessuno. Tagliata, gnocchi col ragù di anatra, tagliolini con asparagi e prosciutto di San Daniele, verdure alla griglia, patate al forno, vino rosso ad innnaffiare: non una modesta cena da pellegrino, ma oggi avevamo bisogno di un break, l’acido lattico abbondava, lo stomaco ragliava, dovevamo trattarci bene e così è stato.

Partenza un po’ lunga, visto che sono quasi 9. Raggiungiamo il parroco in extremis per farci timbrare le credenziali e ripassiamo a prendere gli zaini. Amorevolmente ci salutiamo con Gianni e Rita e loro figlio Bruno e la Gran Nonna e si riparte. Il sole scalda già bene le ossa e noi imbocchiamo la strada regionale che ci porta fuori Spilimbergo. Saltiamo un raccordo tagliando per uno sterratino cosparso di rifiuti metallici, attraversiamo la provinciale che porta verso Casarsa e ci ritroviamo tra i campi. Campi di sassi sono, non c’è quasi traccia di terra. Sono campi di sassi, che sicuramente coltivano da queste parti per poi trasportarli sulle rive del Tagliamento. Sicuro. Paesaggio lunare. Piattume e sole e sassi e strada diritta. Costeggiamo una serie di serre desolanti da quanto deserte sono. Odore di mele che stanno marcendo, ce n’è un bel mucchio accumulato ai bordi di un fosso. Entriamo e usciamo dalla provinciale. Cisternoni per essicare cereali. Grossi macchinari dalle braccia snodabili che piegano il ferro. L’alternativa è fra proseguire per un bel pezzo attraverso i campi di sassi e poi guadare il torrente Cosa, oppure ancora un pò dentro un pò fuori la provinciale fino a passare il torrente dal ponte. Optiamo per la seconda, e così grossi camion che ci puntano, all’improvviso rallentano, allargano la loro traiettoria naturale, si dedicano per un istante alla guida anglosassone quando il traffico lo rende possibile. Sul ponte ci rendiamo conto di aver fatto la scelta giusta. Guardando di sotto, infatti, ci si rivela il Cosa in piena, quasi straripante nell’interezza del suo letto. Guadarlo sarebbe stato senz’altro improbabile. Tagliamo subito dopo sulla sinistra, per via Magredi, e ci si apre un borghetto di fattorie fatte e finite come una fattoria deve essere. Si continua aggirando e costeggiando vigneti, fino ad entrare a Cosa, frazione di San Giorgio della Rinchinvelda, dove ci attende un agognato bar. Qui veniamo messi al corrente della vittoria della Sampdoria ai danni della Roma, risultato che sembra condizionare ormai definitivamente l’esito del campionato. Scopriamo che anche il Portogruaro ha superato nettamente il Potenza, proseguendo così la sua corsa a due con il Verona al vertice della classifica del girone B della Prima Divisione, e puntando a vele spiegate verso la Cadetteria. Il bar di Cosa è uno di quei bar con fuori appesa l’insegna della Fanta con su scritto “Ordinate Fanta”, che avrà minimo minimo quarant’anni. Il bar comunica direttamente con un alimentari in cui ci facciamo preparare dei panini al prosciutto e formaggio, belli e buoni come quelli che le mamme preparano ai loro figli belli. La sosta a Cosa dura un’oretta, dopodichè ecco le istruzioni per proseguire. Salutare e ringraziare calorosamente le bariste, imboccare la via a destra, proseguire poi per via S. Antonio. Passare davanti a una casa con cinque pony che nitriscono e azzannano il fieno fieramente. Incrociare alcuni braccianti che consumano la pausa pranzo all’ombra degli alberi, salutare anche loro e raccontare brevemente cosa stiamo facendo e dove stiamo andando. Appena passata la vecchia ferrovia dismessa che collegava Casarsa e Pinzano, a circa 1 km dal bar, accorgersi di aver sbagliato strada. Consultare le cartine, indi ritornare sui propri passi. Ripassare davanti ai braccianti in pausa pranzo facendo dei sorrisi tirati e buttandola sul ridere con delle battute dozzinali, ripassare i pony che nel frattempo si sono moltiplicati. Imboccare a testa bassa un’altra via, anch’essa sbagliata, discutere con un tipo rumeno sul percorso da prendere, trovare infine la strada giusta. Neanche a farlo apposta la strada comincia asfaltata e poi smette di esserlo. Diventa però un bellissimo tratturo, molto godibile e completamente all’ombra. Si torna sull’asfalto, un paio di deviazioni e ci ritroviamo in campagna aperta. Piatta piattissima. La strada lunga e diritta. Il sole batte. Il letame rende l’aria vivace. Furio e Gigi fanno collezione di vesciche, hanno dei piedi che sono un florilegio di bolle piene di liquido. Giacomo ha i piedi sanissimi ma in compenso un colorito che farebbe morire d’invidia diverse aragoste e un paio di fasci di tendini che urlano. Sempre avanti costeggiamo canaline e vigne, strade ghiaiose e mucchi di case sparse. Seguiamo le indicazioni di una ragazza che ci dice di andare a correre spesso da quelle parti, anche se a guardarla bene ci viene qualche dubbio che lo faccia veramente. Arriviamo a S. Martino al Tagliamento. Giardini che vengono tagliati, una signora attacca bottone cordialmente e ci offre un sacco di acqua fresca. Eternamente grati proseguiamo verso la provinciale che ci porterà a Valvasone. Uno di quei termometri digitali di fronte a un supermercato segna 35°, Furio ha smesso di parlare da un po’. Lungo la provinciale contiamo un pipistrello morto, una scarpa da trekking senza piede, una bandiera del Milan molto sbiadita, in verità decisamente anacronistica di questi tempi. Entriamo in Valvasone ed ogni passo verso il centro è sempre più leggero. Pausa logistica in Piazza Castello davanti a una signora birra. Non sappiamo bene come proseguire. S. Vito non è dietro l’angolo ma impegnandosi si può raggiungere (2 ore e mezza circa, parrebbe). Ci si potrebbe fermare a Casarsa o direttamente a Valvasone, ma vorrebbe dire ripensare ogni tappa. Il tempo passa e non riusciamo a deciderci. Meditiamo di abbandonare Furio in un vicolo buio del centro storico, lasciandolo con una Luger con un colpo solo. Che scelga lui come usarlo. Alla fine una direzione è presa: quale sarà? A breve la soluzione dell’enigma…
 

 

 

La mattina di buon’ora Alvia ci rende omaggio con una colazione degna della cena della sera prima. Ci si saluta, foto di rito, ed è giunto finalmente il momento di mettersi in marcia. La giornata è splendida, il cielo completamente sgombro, l’aria tersa, i colli del Medio Friuli ci circondano e accompagnano l’occhio dolcemente. Ci raggiunge Luciano per un ultimo saluto di fronte all’antico Ospitale e cominciamo a lasciarci S. Tomaso alle spalle, destinazione Spilimbergo. Usciamo dal paese per una strada che diventa man mano sempre più bianca, un coro di cani latranti non può far passare inosservato il nostro passaggio. Cominciano le prime indecisioni sui sentieri giusti da imboccare. Alla fine sbuchiamo sulla Strada Provinciale 84, la percorriamo per un breve tratto fino ad arrivare al bivio per Muris. Un ciclista si ferma e ci offre un’alternativa al percorso segnato sulla mappa, che ci consiglia di proseguire verso Ragogna. Una nonna che lavora in un orto poco più avanti ci confonde le idee indicandoci la via con un dito completamente nero e grosso come una salsiccia. Entrati in Muris troviamo la fatidica icona della variante del ciclista, con un bellissimo bambino in bronzo che cerca di arrampicarsi fino in cima. Da lì parte Via del Bosco che digradando esce dal borgo, diventa sentiero e affronta il monte Cimano (o il monte Ragogna?) dal lato destro. La camminata è deliziosa, ci addentriamo nel bosco seguendo sempre il sentiero principale, ignorando le mille stradine che scendono ripide sulla destra portando al Tagliamento. C’è un bel fresco e odore di erba cipollina, il verde ci protegge. Passiamo il Bosc dei Asins sentendoci a casa. Alla fine di uno strappetto di circa dieci minuti ci ritroviamo di fronte un’edicola votiva dedicata a S.Anna. Dei santini lasciati lì ci invitano a pregare Luigi Scrosoppi, santificato all’inizio del Duemila, 1200 anni dopo l’ultimo santo friulano (meditiamo a lungo su questo lasso di tempo….). Ci invitano anche a rivolgerci alle Suore della Provvidenza di Udine, nel caso ricevessimo qualche grazia a lui riconducibile. Usciamo dal bosco dopo l’ultimo tratto pianeggiante, in una radura dove tirano con l’arco. Alla nostra destra, in alto, i resti di un castello di cui ignoriamo il nome. Torniamo sull’asfalto girando a sinistra, ma giusto il tempo di adocchiare un sentierino che scende subito sulla destra. Ci infiliamo senza indugio, e dopo pochi minuti di supplemento boschivo usciamo sulla Strada Provinciale 5, la Sandanielese, praticamente all’imbocco del ponte sul Tagliamento di Pinzano. Un cartello a metà della traversata ci annuncia che stiamo per entrare nella provincia di Pordenone. Qui sostiamo in contemplazione di una lattina di birra che spinta dal vento percorre in lungo e in largo il ponte (abbiamo decisamente bisogno di bere). Dopo la sosta consacrata alla visione del Tiliment, proseguiamo sulla provinciale in leggera salita verso Pinzano. Al bivio Via XX Settembre/Viale Vittorio Veneto optiamo per la prima possibilità, mentre la mappa ci indica la seconda; ma la verità è che siamo alla felice e disperata ricerca di un bar e solo a Pinzano avremo la speranza di trovarne uno aperto, 25 aprile permettendo. Dopo 200 metri reincontriamo il ciclista che ci ha mandato nel bosco, che con sguardo irridente ci fa intendere che siamo dei pellegrini della domenica perché non abbiamo fatto il tratto da lui consigliato nel tempo da lui prescritto (40 minuti). Dopo averlo salutato ci guardiamo e diciamo: “beh, in fin dei conti oggi è domenica!”. Dopo un centinaio di metri appare la gloriosa Società Operaia di Pinzano che ospita l’unico bar aperto. Ordianiamo 3 birre e ci accasciamo sui tavolini esterni. Dopo una pausa di tre quarti d’ora (sulla cui lunghezza spropositata incominciamo una leggera disquisizione) riprendiamo la marcia. Invece di tornare a Viale Vittorio Veneto, decidiamo di proseguire per il paese e girare a sinistra verso il cimitero, con la non celata speranza di ricongiungerci alla strada maestra. Senonché la strada che imbocchiamo a sinistra è Viale Vittorio Veneto, già, evidentemente a Pinzano la toponomastica non è di particolare inventiva. Così scendiamo lungo il viale alberato e, dopo aver fatto gli auguri in coro di “buona liberazione” a un signore che prende il sole in giardino, riceviamo dal signore in giardino uno sberleffo in dialetto stretto. Poco rincuorati dal senso civico del signore, decidiamo di andare laddove regna la pace, ovvero il cimitero. Qui, di fronte alla Chiesa della Santissima Trinità (che reca la scrittà “indulgenza plenaria” e ciò ci consola notevolmente), decidiamo di prendere la pista ciclabile sulla destra per Valeriano. Ovviamente sbagliamo! Ci accorgiamo dell’errore solo dopo aver percorso la pista (graziosa) e un pezzo di strada provinciale, ovvero all’entrata di Valeriano. Altra consultazione con mappe e dopo aver chiesto ad una badante sicuramente ucraina un consiglio e aver ricevuto un pugno di mosche, decidiamo di imboccare il sentiero suual sinistra, subito dopo la cappella votiva di San Severo. Passiamo accanto a ville notevoli (senza nessuno) e, dopo circa 300 metri, rischiamo prendendo un tratturo che si getta in discesa alla nostra sinistra. Rischiamo bene però perché il passaggio è bello e dopo 10 minuti ci ritroviamo sulla strada bianca che avremmo dovuto prendere a Pinzano (la Via XX settembre…). Il sole picchia. Spavaldi continuiamo ma il Tagliamento ci chiama senza pietà. E noi non resistiamo al richiamo. Prima di Mizzeri tagliamo per i campi a sinistra e arriviamo su una strada bianca diritta e infinita apparentemente. Un wester di Sergio Leone, mancano solo i pistoleri della domenica. Dopo un tempo incalcolabile e quasi pronti a rinunciare arriviamo al Tagliamento. Mettiamo i piedi in acqua e prendiamo il sole per un’oretta. Altro errore: difatti quando ci rialziamo siamo sfatti. Torniamo indietro alla strada bianca che arriva a Mizzeri, un signore di buon grado interrompe la visione della partita per farci bere. Poi è tutto pianeggiante e ombroso fino a Spilimbergo, nonostante inizino ad affiorare le prime paturnie del pellegrino: vescicone da due decilitri ciascuna; tendinite da maratoneta; mal di deltoidi; macchie rosse da insolazione; principio di disidratazione… constatati i sintomi, la prima cosa che cerchiamo a Spilimbergo, dopo aver fatto l’ultima salita (bella la Chiesa dell’Ancona sulla destra, dove un tempo arrivavano i pellegrini che avevano guadato il fiume) è un bar. Lo troviamo. Beviamo. Quindi andiamo al Duomo per farci timbrare la credenziale ma la Messa ci impedisce di farlo. Facciamo il tour delle altre chiese ma sono chiuse (sia quella dei frati che quella di San Rocco). Mesti ma non domi ci dirigiamo alla casa della famiglia Colledani, che ci ospita come dei pashà: la serata è piacevolissima, si parla di cammini fatti e da fare. E’ un peccato dover andare a dormire, ma domani ci aspettano 30 km e dobbiamo provare a curarci le piaghe…. ora a nanna!